Editoriale Agosto 2023

approfittiamo dell’eventuale momento di rilassamento generale, per trasmetterVi un nostro “editoriale” che vuole soltanto proporVi una serie di riflessioni “di fondo” sull’ennesimo particolare momento, anche storico, che stiamo tutti vivendo.

Vogliamo anche farVi partecipi delle “nostre” specifiche riflessioni sulle attività che lo Studio continua a svolgere e delle domande che, guardando “Techeté” su Rai UNO, ci sorgono stranamente spontanee:

  1. “Ma interessa ancora a qualcuno cosa stiamo facendo ?”
  2. “Ci siamo persi qualcosa, oppure stiamo continuando a produrre televisori in bianco e nero con il tubo catodico senza accorgerci dei vantaggi enormi dati all’umanità dallo schermo piatto al plasma e dai colori bellissimi che propone ?
  3. “Ma a quale futuro riusciremo ancora ad adeguarci senza il timore di sbagliare completamente strada ?”…. continua
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.Editoriali.2608.2019. Lettera aperta al Ministro dell’Interno: shock fiscale e flat-tax per Tutti ?

Torino, 26 agosto 2019

Lettera aperta al Ministro dell’Interno: shock fiscale e flat-tax per Tutti ?

 

Egregio Sig. Ministro,

purtroppo nel nostro quotidiano mestiere dobbiamo “adempiere agli adempimenti” (mi scusi il bisticcio di parole) e non abbiamo più il tempo di condividere con i nostri Clienti i concetti di base conseguenti a tutto ciò che la nostra preparazione specifica ci imporrebbe di trasmettere.

Non voglio assolutamente parlare delle Sue decisioni politiche tanto commentate in questo mese di agosto perché non ne sono assolutamente in grado.

Vorrei invece porre alcune osservazioni inerenti il mestiere che svolgo da oltre 40 anni.

E’ evidente che uno dei Suoi temi preferiti riguarda l’adozione di una manovra fiscale “definitiva” per il rilancio dell’economia.

Devo rilevare che su questo argomento il Suo Collega Tria, all’uopo specificatamente preposto, tace da alcuni mesi: probabilmente La ascolta e necessita di riflettere.

In particolare Lei propugna l’introduzione della “flat-tax” come strumento fondamentale per la ripresa economica. Dice  l’Italia ha bisogno di uno shock fiscale forte”,

Signor Ministro, quello che Lei dice è vero.

Sicuramente una riduzione generalizzata delle imposte (e quindi anche sui redditi di lavoro dipendente e di pensione, perché quella sui redditi di lavoro autonomo e d’impresa è già stata in buona parte introdotta – seppur limitatamente alle persone fisiche – con il regime dei “nuovi forfettari” che nel 2020 riguarderà coloro che hanno ricavi sino a 100 mila euro) pur non riducendo in alcun modo il “cuneo fiscale” – inteso come maggior onere per le imprese derivante dal costo del lavoro subordinato –  genererebbe quasi sicuramente una ripresa dei consumi, soprattutto interni.

E le imprese italiane hanno tutte un disperato bisogno della ripresa dei consumi interni, visto che in Italia stagna da tempo e tutti i mercati esteri, per ragioni varie, manifestano da alcuni mesi segni di rallentamento.

Su questo argomento dovrei aprire un’altra importante parentesi in merito alla ben note e contrastanti teorie della “crescita mondiale infinita in un mondo finito” contrapposta a quella della “decrescita felice”, ma non è questa l’occasione né l’obiettivo: l’argomento è troppo vasto ed importante.

C’è un’altra frase che gira molto in questi giorni: “tagliare le tasse è l’unico modo per aiutare le imprese”.

Anche questa frase è vera, perché ridurre le tasse sul lavoro, per l’effetto indotto di cui sopra, aiuterebbe le imprese che hanno investito risorse nella ricerca e sviluppo di nuovi beni e nuovi servizi, così come nei miglioramenti della produttività e dell’efficienza interna, pur approfittando di tutte le agevolazioni, crediti di imposta tramite i “click da d-day”, gli iper-ammortamenti dell’industria 4.0, ecc. ecc. che questo ed i precedenti Governi hanno introdotto nel sistema convinti (?) che fosse la soluzione migliore.

La flat-tax aiuterebbe anche le imprese più “pigre”, poco attente alle evoluzioni dei mercati ed alle esigenze dei consumatori, oppure che non possono fare nulla perché – nella sostanza – totalmente dipendenti dagli ordinativi dei grandi gruppi industriali stranieri che le comandano totalmente: tuttavia anch’esse avrebbero una boccata di ossigeno “a rimorchio” delle altre (nella speranza che possa essere ben sfruttata).

Ma Signor Ministro, Lei è proprio sicuro che la strada della flat-tax sia quella giusta o possa diventare l’ennesima illusione ?

Nel testo di una celeberrima canzone del 1940, “Signora Illusione”, (testo di Bixio Cherubini) si cantava già  Illusione, dolce chimera sei tu che fai sognare in un mondo di rose tutta la vita”.

Ma davvero quello che produrrà una tale manovra sarà uno shock fiscale  ?

Davvero 40 milioni di contribuenti vedranno il loro reddito netto incrementarsi per effetto di una riduzione delle tasse ?

Mi conceda almeno la liceità del dubbio, perché a fronte di un’apparentemente elevata riduzione delle aliquote nominali (meno 8 punti per l’attuale primo scaglione, meno 12 punti per il secondo e meno 23 per il terzo), reputo che gli effettivi concreti conducano a risultati diversi, infatti:

  1. per i primi due scaglioni IRPEF (da 0 a 15 mila euro e da 15 a 28 mila di reddito), le aliquote medie effettive sono pari, rispettivamente, al 5,2% e al 14,4% e, quindi, ben inferiori all’aliquota flat del 15% !
  2. per il terzo scaglione (da 28 a 55 mila euro), le aliquote medie effettive sono invece superiori (21,4%): quindi, almeno teoricamente, per questa fascia di reddito che conta 6,2 milioni di dichiaranti (il 15,5% del totale), si potrebbero generare dei vantaggi; trattasi però di pochi vantaggi, preso atto del limite di reddito attualmente proposto per fruire della flat tax fissato a 30.000 euro (da 31 a 55 mila il vantaggio non ci sarebbe).

Da quanto sopra mi viene molto difficile capire quale possa essere il vantaggio per 17,6 milioni di contribuenti che si trovano nel primo scaglione, (che costituiscono il 44% del totale), mentre è quantomeno dubbia la dimensione del vantaggio per i 14,5 milioni che si collocano nel secondo, (che costituiscono il  36% del totale): e così siamo già arrivati all’80% del totale di tutti i Contribuenti.

Ne deriverebbe che, con la flat-tax a regime, il vantaggio potrebbe essere evidente soltanto per coloro che si trovano nel quarto e quinto scaglione di reddito, per i quali le aliquote medie dell’IRPEF sono pari, rispettivamente, al 27,4 e al 33,2%: ammesso e non concesso che la flat tax toccherà anche loro, essi rappresentano però il 20% di tutti i Contribuenti.

Chiarito quanto sopra, noto che ci si  dimentica di parlare:

  • dell’entità del carico contributivo INPS (soprattutto per i lavoratori autonomi e le imprese soggette alla gestione separata ed alla gestione speciale per Artigiani e Commercianti) il cui ammontare – seppur con finalità individuale e non collettiva – grava percentualmente sul reddito in termini più alti del carico fiscale diretto;
  • della revisione della disciplina della localizzazione del reddito fiscale prodotto dalle multinazionali per le attività svolte sul territorio italiano con le più svariate e diverse modalità (sia quali fornitori dei consumatori italiani che clienti delle piccole e medie imprese italiane fornitrici di beni e servizi cui alle volte non è dato di capire dove andranno ad essere impiegati o venduti con conseguenze operative difficilissime ai fini della corretta applicazione dell’I.V.A.);
  • di quante volte i controlli fiscali svolti sui Contribuenti italiani (che restano in Italia per produrre in Italia e dare occupazione in Italia) vengano svolti come se l’azienda controllata fosse un “nemico da colpire” od “un pollo da spennare”: già il secondo Presidente della Repubblica Italiana ebbe a sostenere come “migliaia.. milioni di individui ….” piccoli e medi imprenditori tengono duro nonostante tutto quello che lo Stato gli “combina” e soprattutto nonostante il maggior vantaggio che avrebbero se impiegassero il denaro in altro modo o vendessero la propria azienda a loro colleghi stranieri (sarebbe troppo facile a dire “ad esempio i cinesi”); anzi, mi pare che molte leggi italiane emanate abbiano facilitato proprio questo depauperamento dell’imprenditorialità italiana anziché rafforzarla, o mi sbaglio ?

Già,  ma Lei è il Ministro dell’Interno e di questi aspetti potrebbe anche non essere totalmente al corrente, anche perché non può fare tutto.

Lei però sa che le persone umili faticano a distinguere quello che pagano all’Erario ed all’INPS: loro leggono il totale da pagare in fondo al modello F24 e si demoralizzano…..

Lei questo dovrebbe saperlo e occorre dirlo, perché altrimenti le persone si illudono, come diceva la canzone.

Potremmo anche pensare che alcune imprese straniere vengano in Italia approfittando della scarsissima qualità sostanziale dei controlli fiscali quasi sempre rivolti ad imprenditori italiani e quasi mai approfonditi nei loro confronti ?  Lei sa che in quasi tutti gli altri Paesi europei avviene il contrario, o mi sbaglio ?

Lei pare abbia comunque sostenuto che la flat-tax sarà facoltativa, in modo che ciascuno possa scegliere se essere tassato con il vecchio sistema, oppure, se più conveniente, adottare la flat-tax:  sembra quasi una nuova versione dell’attuale “clausola di salvaguardia”, seppur  “al contrario”.

Ma – se la Sua idea di shock fiscale fosse questa – quale ragione ci sarebbe per proporre questa specie di clausola di salvaguardia al contrario  ?

Forse che Lei preferisce che i Contribuenti facciano, per ciascun anno d’imposta (?), due conteggi diversi, li mettano a confronto e poi scelgano il più conveniente ?

Ma Signor Ministro, un altro dei Suoi punti di forza non era quello della “semplificazione fiscale” ?

E secondo Lei questo porterà alla semplificazione fiscale ?

Sono invece certo che Lei sappia benissimo che, eliminando tutte le detrazioni/deduzioni d’imposta sinora concesse, i più penalizzati dalla flat-tax sarebbero i contribuenti con redditi bassi e medio-bassi: infatti, il 25,5% delle spese fiscali è utilizzato dai contribuenti che rientrano nel primo scaglione di reddito, il 37% da quelli che rientrano nel secondo, il 22,2% da quelli che appartengono al terzo. Ai redditi medio-alti va il restante 15% (5% a favore del quarto scaglione e il 10% a favore del quinto).

In conclusione, se la riduzione dell’aliquota d’imposta venisse finanziata dalla soppressione delle detrazioni/deduzioni fiscali, ciò che si otterrebbe non sarà un abbassamento della pressione fiscale, ma la sua invarianza, con un probabile effetto di rimescolamento dei vantaggi/svantaggi tra le categorie di contribuenti che dichiarano redditi “bassi e medi”, visto che i pochissimi in fascia alta non sono toccati da tale scelta.

Nel frattempo, mi scusi Sig. Ministro, Lei è stato informato del grandissimo pasticcio causato dall’introduzione degli I.S.A. e dal rinvio dei versamenti delle imposte 2018/2019 al 30 settembre (o al 30 ottobre con la maggiorazione dello 0,4%) ?

Perché se non viene informato di ciò che accade mentre Lei presenta la riforma fiscale scioccante, Le posso dire che – a proposito di shock – ne abbiamo già patiti moltissimi in questi ultimi due anni e, quando chiuderà i conti di fine 2019 sarà Lei ad avere un forte shock per incassi inferiori a quelli previsti….

Concludo Signor Ministro, anticipando una Sua logica e giustificata critica a quanto sopra scritto: “ma Lei che critica tanto e tutto, cosa farebbe, cosa proporrebbe ?

Ebbene Signor Ministro, sarò ben disposto ad esporglielo quando potrò interloquire con Lei certo di essere seriamente ascoltato e non soltanto un cittadino contento per essermi fatto un selfie con Lei , perché contento  non lo sono più da tempo, da vecchio Liberale quale tristemente penso di essere.

 

Buon fine vacanze, Signor Ministro.

 

 

.Editoriali.3105.2019. Domande e riflessioni sparse al termine del primo ventennio del XXI secolo

…..     ECONOMIA  ……  POLITICA  ……..  ETICA  ………   DIRITTO ………

E’ possibile sostenere che l’economia debba avere una sorta di “primato concettuale” sull’etica e sul diritto ?

In presenza di un processo inevitabile ed inarrestabile di modernizzazione dei cicli produttivi e delle applicazioni tecnologiche per alleviare le fatiche degli individui, ha ancora senso intendere l’etica nella sua accezione storica e con le finalità poste nel secolo passato ?

Siamo sicuri che, in tale evoluzione, sia ancora chiara la differenza fra  “individuo singolo” ed “individuo quale elemento dell’insieme dei suoi simili” ?

Sono questi grandi temi trattati , anche recentemente, da molti studiosi di diverse discipline (antropologiche, filosofiche,  economiche, sociali e tecniche): credo tuttavia che ci sia ancora molto distacco fra quanto contenuto nelle teorie degli studiosi e quanto attuato dagli operatori.

Per limitare il più possibile la degenerazione dei rapporti fra individui che – come è storicamente provato –  può condurre sino alla loro estinzione, forse occorre sforzarsi di riflettere e condividere alcuni concetti.

Osservo che tale processo di condivisione viene, più o meno consciamente, “affidato” alla “cultura” e/o alla “religione”, probabilmente per una sorta di pigrizia mentale dei singoli individui abbinata ad una sensazione di impotenza: “tanto non capiterà mai niente di grave”; “comunque qualcuno ci penserà di sicuro”; e soprattutto “cosa posso fare da solo in un sistema controllato dall’alto ?”.

Nell’atrio del palazzo dell’ONU è riportata questa frase scritta da Saadi di Shiraz, poeta e mistico persiano musulmano:

Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo, sono della stessa essenza.
Quando il tempo affligge con il dolore una parte del corpo (anche) le altre parti soffrono.
Se tu non senti la pena degli altri, non meriti di essere chiamato uomo.

Qualche Lettore penserà ….. “ahi ahi, Guido Aghem sta diventando filo-musulmano…..”.

Ma Signori !!!  Sto citando un Poeta “iraniano” vissuto nel XIII secolo (1200-1300), quindi in  pieno Medio Evo, nel secolo di Gengis Khan, di Marco Polo, delle Crociate, di Papa Innocenzo III e di Papa Bonifacio VIII, di Carlo d’Angiò, del sacco di Costantinopoli…. ci rendiamo conto ??

Tornando al tema dell’editoriale, pare logico porsi queste due domande che considero essenziali.

I) il fine principale dell’economia è incentrato sul miglioramento delle condizioni di vita materiale dell’individuo su questa terra ?

i. Se la risposta è “no”, il discorso finisce qui;
ii. Se la risposta è “sì”, proseguiamo.

II) l’individuo è un essere “sociale” ?
Cioè,  ha bisogno dei suoi simili per qualsiasi ragione – anche la più egoistica – oppure no ?

i. Se la risposta è “no”, il discorso finisce qui;
ii. Se la risposta è “sì”, allora occorre prendere atto anche dell’esistenza di un altro elemento presente su questa terra oltre all’individuo:  la cosiddetta “collettività” (cioè l’insieme dei suoi simili, gli “altri”).

Qualche lettore penserà….. “ahi, ahi, Guido Aghem sta diventando comunista….”

E certo…, proprio io, liberale, individualista, einaudiano, che aveva conosciuto il grande Prof. Sergio Ricossa, compagno di scuola di Mamma e Papà al Quintino Sella di Torino…. Magari leggere qualche libretto del Prof. Ricossa non farebbe così male ed eviterebbe di dare giudizi affrettati e superficiali, infarciti di luoghi comuni !

Andiamo avanti.

Nel momento in cui il processo di miglioramento delle condizioni di vita del  “singolo” individuo diventa la causa del peggioramento delle condizioni di vita di un altro individuo, le “culture” e/o le “religioni” propongono  “principi etici” (cioè principi di “comportamento non dannoso”) che conducono alla stesura di principi giuridici (e quindi all’adattamento del sistema normativo alle esigenze della collettività, mutevoli nel tempo e nello spazio).

L’eventuale “assenza” di principi etici – a seconda delle teorie – può condurre a conclusioni diametralmente opposte sulle sorti del genere umano:

(i) la catastrofe finale (teorie “religiose”)
(ii)
la sua totale liberazione (teoria “anarchica”).

Per contro, in presenza di principi etici (posti quindi da uno o più individui “illuminati” o comunque “riconosciuti” dalla collettività,) sarà il cosiddetto “sistema politico” a gestirne la loro applicazione pratica con effetti, a seconda dei casi,

(iii) di destabilizzazione del precedente sistema;
(iv) di conflittualità fra gruppi di individui;
(v) di solidarietà fra gli individui.

Ne discende che il potere “politico” (qualunque esso sia)  è responsabile eticamente del suo operato e deve quindi porre regole comportamentali condivise dalla collettività che l’ha delegato.

Intendo dire che il potere politico non  può “far finta di niente” e ribaltare le proprie responsabilità sugli individui che l’hanno scelto: credo che questa deduzione logica sia, purtroppo, attuale.

Posso comprendere che il sistema politico potrebbe giustificare la propria “assenza” facendo presente che le decisioni sostanziali di natura economica stanno “passando” irreversibilmente ad altri poteri, sovente sovranazionali, che sono riusciti a creare contatti diretti e privilegiati con i singoli individui.

Potrebbe anche sostenere che la scarsa propensione degli individui a partecipare attivamente alla vita politica (ad esempio tramite il voto) sia la conseguenza della “deresponsabilizzazione” in premessa evidenziata (sensazione di impotenza, pigrizia mentale, ecc. ecc.):  insomma, “ci meritiamo quello che siamo”.

Però questo tirare avanti con la tecnica dello “scarica-barile” potrebbe condurre ad un nuovo periodo “oscuro” (il medio-evo prossimo venturo di Roberto Vacca), magari difficile da immaginare e da descrivere, ma certamente “cupo” per la collettività cui ciascun individuo, inevitabilmente, appartiene.

Ed allora che si fa ?

Una celebre barzelletta si concludeva con una frase bellissima:  “non posso mica inventare tutto io !”

Proviamo almeno a pensare con la nostra piccola testa in merito alle “cose essenziali”,  per renderci conto delle nostre effettive capacità e potenzialità, e senza affanno:  la “velocità” che governa sempre più il mondo del XXI secolo è ancora retaggio, quello sì, di teorie medioevali: non ci siamo  ancora resi conto che il “tempo non esiste”, ma esistiamo noi, unici, seppur caduchi.

Qualche piccola intuizione l’avevano già avuta  Anassimandro, Sant’Agostino, Kant, Leibniz ed Einstein: saranno stati migliori di noi e di qualche politico… o no  ?

Torino, 31 maggio 2019

Guido Aghem

 

 

 

.Editoriali.0912.2018. Le libere professioni e le professioni liberali … essere liberale oggi …

Sono passati circa cinque mesi dal mio primo editoriale … Avevo trattato un argomento sicuramente tecnico, ma soprattutto “etico” relativo all’evoluzione della nostra storica professione.

Osservavo come i Commercialisti che intendano svolgere l’attività della revisione legale sono obbligati a porsi diversamente con il Cliente: non è più possibile dare priorità all’instaurazione ed al mantenimento del reciproco rapporto fiduciario, atteso che – facendo la revisione legale dei conti – uno dei principi prioritari da assumere è quello dello “scetticismo professionale” che, per certi versi, è diametralmente opposto al precedente.  Ciò porta ad una necessaria “spaccatura” della professione, quantomeno per l’impossibilità di mantenere nei confronti di uno stesso Cliente, entro certi limiti, due incarichi di cui uno sia quello della Revisione Legale dei Conti.

Allargando la riflessione sulla professione del Dottore Commercialista “oggi”, ho dovuto necessariamente porre l’obiettivo sull’attualità del significato di “professione liberale” e di “libera professione”.

Se provate a fare una ricerca su questi due termini, Vi troverete in un bel guazzabuglio in cui – attraverso il trascorrere del tempo e delle culture (dai Romani, al Medio Evo, alla Rivoluzione Francese sino al primo e secondo novecento) – questi due termini hanno assunto significati molto diversi.

Ma se volessimo dare ancora significato pregnante a questi due termini, credo che le due aggettivazioni di “professione” possano essere così definite:

“libera”: professione svolta senza “coercizione ed influenza alcuna, neppure economica” da parte del Committente, in modo che il Professionista possa decidere secondo le proprie convinzioni se accettare o non accettare di svolgere l’incarico;

“liberale”: professione la cui funzione è centrale rispetto alle esigenze, ai bisogni ed alle domande che sorgono dalla società e dall’economia. In tal senso, il riconoscimento e l’autorizzazione dello Stato al suo svolgimento conferma tale centralità attraverso la certificazione delle attitudini professionali e morali dell’esercente la libera professione.

Come appare di tutta evidenza, negli ultimi anni è stata proprio questa ultima caratteristica a venire messa in dubbio sulla base di tesi (peraltro lecite e giustificabili) che tendono a privilegiare prioritariamente lo sviluppo della concorrenza con il motto “miglior risultato con il minor prezzo” con la convinzione di poter ripulire il mercato dalle imprese meno efficienti e, come tali, nocive per i consumatori.

Mi pare tuttavia che, anche con questa voglia di “efficientismo”, di “specializzazioni”, di “innovazione”, il mondo non stia migliorando e che stiano sorgendo nuovi problemi forse ben più gravi ed importanti del miglioramento della concorrenza e della serenità del consumatore o, peggio, della rottamazione ad ogni costo delle vecchie teorie: lo so, è un argomento vecchio come il mondo.

Però mi permetto soltanto, in conclusione della mie riflessioni, di cercare di ricordare quantomeno cosa significhi “essere liberale”.

In questi giorni, mi è capitato di leggere un libro intitolato “IDEARIO” che raccoglie moltissimi pensieri  di Giuseppe Prezzolini. Fra i suoi tanti arguti cammei, mi sono sentito di condividerne uno con Voi e che risale al mio anno di nascita  (il 1952) anche nella speranza che venga letto da chi è nato molti anni dopo e che sta ora ricoprendo ruoli ed incarichi di rilievo nella nostra società e che possa servirgli quale spunto di riflessione.

9 dicembre 2018

Guido Aghem

 

“Liberali.
Io sono un liberale , ma storico: ossia riconosco che di liberali non ce ne son stati che pochi nel mondo, e che oggi poi stanno scomparendo addirittura in tutte le parti del mondo dove ce n’eran stati , senza dir di quelle parti del mondo dove non ci sono mai stati, e che hanno vissuto lo stesso senza liberalismo. 

Sono un liberale perché mi piace rendermi conto delle cose, ragionarci sopra, sentir quel che dicon coloro che non la pensano come me, e tanto liberale che alle volte, anzi il più delle volte, a sentir un’obiezione mi domando subito:  “ma forse ha ragione lui e torto io”; e questo è proprio il segno del liberalismo, e anche la spiegazione del perché di liberali che abbian vissuto ce ne sono stati pochi e se ne trovin sempre di meno in questo mondo  che è fatto di affermazioni e di ostinazioni. E non ho mai negato a nessuno il diritto di contraddirmi, ma quando mi dico liberale, mi par di sentirmi un dinosauro dentro la vetrina di un museo.”  (Giuseppe Prezzolini, 1952).

 

.Editoriali.0108.2018. Il ruolo attuale del Commercialista: lo scetticismo professionale ovvero “essere responsabili” e “rendersi conto”.

Di questi tempi molti Professionisti si assumono responsabilità dettate da normative che li obbligano  ad essere “scettici” nell’ambito dei compiti loro assegnati.

Proprio nel D. Lgs. n. 136/2015 (nell’ambito della revisione legale dei conti) è stato inserito il principio dello “scetticismo professionale”, identificato come principio generale da osservare nello svolgimento dell’attività di revisione legale dei conti insieme ai principi fondamentali di deontologia professionale, indipendenza, obiettività, riservatezza e segreto professionale.

Lo scetticismo professionale (del Revisore) è definito come «un atteggiamento caratterizzato da un approccio dubitativo, dal costante monitoraggio delle condizioni che potrebbero indicare una potenziale inesattezza dovuta a errore o frode, nonché da una valutazione critica della documentazione inerente alla revisione».

In altre parole, tale principio conduce a doversi “non fidare mai” (n.d.r.): ciò è naturale e consequenziale al principio dell’indipendenza del Revisore rispetto al Cliente.

Per contro, in altri ambiti della professione, il rapporto più importante con il Cliente deve essere basato sulla fiducia: in queste due situazioni così vicine, ma così diverse, è compito del Professionista “rendersi conto” della situazione più utile per il Cliente suggerendo la scelta migliore.

Entrando per la prima volta nei sotterranei di una metropolitana di una città sconosciuta, diventa di grandissimo aiuto trovare il cartello che riproduce, in scala, tutta la rete della metropolitana con la scritta “VOI SIETE QUI”, di fianco ad un puntino rosso: rendersi conto significa cercare, leggere e capire il cartello “VOI SIETE QUI”; da quel momento siamo responsabili.

Torino, 1° agosto 2018

Guido Aghem